“I nuovi contadini” di Jan van der Ploeg

Pubblicato in data: 12 maggio 2015, in Educazione e didattica     Nessun commento

i_nuovi_contadiniJan van der Ploeg è professore di sociologia rurale presso l’Università di Wagenigen nei Paesi Bassi. Avendo collaborato con il ministero dell’Agricoltura italiano e l’Unione Europea, è molto informato sulla condizione degli agricoltori italiani, oltre che di quelli olandesi ed europei in generale.

Il libro (Donzelli, 2009), che ho letto circa un mese fa, sostiene una tesi molto interessante sul futuro dell’agricoltura mondiale. L’autore divide gli operatori agricoli in 3 macro-categorie: quella delle multinazionali, quella degli agricoltori industriali e quella dei contadini. La differenza tra queste categorie, oltre che nel modo di coltivare, sta soprattutto nei rapporti sociali ed economici che gli agricoltori hanno con il mondo esterno.

Sintetizzando le definizioni, a cui in realtà van der Ploeg dedica più di un capitolo, possiamo dire che le multinazionali agiscono in maniera totalmente aliena al territorio nel quale lavorano: ne sfruttano le potenzialità secondo schemi standardizzati e ne esportano i prodotti traendone un grosso profitto economico.

L’agricoltura industriale è rappresentata da aziende di dimensione di solito più piccola, di proprietà di agricoltori che vivono nel territorio, ma non producono cibo per esso in quanto vendono i prodotti all’industria alimentare e da questa sono forzati a lavorare secondo standard che non tengono conto delle peculiarità e delle conoscenze specifiche del territorio; questo tipo di agricoltura è oggi in crisi a causa delle spese sempre maggiori e dei ricavi sempre più bassi.

Il terzo gruppo, quello dei contadini, è il gruppo che secondo l’autore sarà destinato a guidare l’agricoltura del futuro, in quanto costituisce un modello di società rurale che sebbene riesca a produrre cibo in quantità minori rispetto agli altri due gruppi, è l’unico che, grazie al proprio legame con il territorio e l’economia locale, riesce ad avere un’efficienza incredibilmente più alta nella distribuzione; inoltre la conoscenza che i contadini hanno del proprio territorio assicura un mantenimento della biodiversità e della ricchezza di risorse ambientali che la standardizzazione industriale porta invece a distruggere.

Il libro tende a generalizzare molto, accomunando situazioni che sono nella realtà molto diverse tra loro; questa generalizzazione è però del tutto consapevole ed esplicita, e mira ad ottenere un quadro mondiale delle condizioni di vita degli agricoltori. Lo sguardo dell’autore è perciò lucido e ben informato. Ne è un esempio la narrazione del rapporto tra gli allevatori emiliani e la Parmalat, del rapporto tra questa e la politica italiana e delle conseguenze (insospettabilmente positive!) del fallimento di Parmalat.

Grazie alla mole di dati raccolti e alla sua grande portata teorica, il libro si pone autorevolmente come pietra miliare per i nuovi movimenti contadini che sempre più assumono consapevolezza di sé e della propria importanza.

Il libro è consigliato anche a chi beve il “fresco blu” di Parmalat.

Andrea

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